Carlo's profile  carlonlinePhotosBlogListsMore Tools Help

Blog


    November 25

    Utopia di Natale in un mondo possibile

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

       

     

     

     

       

     

    Il presidente si rivolse a reti unificate alla nazione.

    Si slacciò la cravatta, disse:
    «Ho sbagliato a parlarvi esclusivamente di me. Scusate.»

    Fece una smorfia di umile, remissiva simpatia. Si alzò
    e scomparve per sempre dal paese.
    Una donna che in quel momento stesa su una lettiga della clinica stava per farsi ingigantire il seno
    rinunziò a un corpo alla moda. Scese in punta di piedi coprendosi i seni come grappoli d’uva fra le dita:

    «No»
    protestò semplicemente.

    E un tale che aveva appena ritirato l’auto nuova
    la riconsegnò al concessionario perché -spiegò-

    «È così bella da risultare offensiva.»

    L’altro sbraitò che non intendeva restituirgli i soldi.
    «Non te li ho mica chiesti»

    rispose l’acquirente redento, incamminandosi alla stazione dei tram. Dopo tre giorni e tre notti insonni, il concessionario gli fece pervenire a casa l’assegno, e lui versò la somma a un’organizzazione umanitaria.
    Una multinazionale che, con la scusa della crisi, aveva chiuso un paio di stabilimenti, riaprì assorbendo pian piano i licenziati, non elargendo speranze inverosimili, -si intende-, ma investendo i capitali che aveva accumulato in banche oltrefrontiera.

    E un ragazzo, che aveva adocchiato la borsetta di un’anziana e l’attendeva al varco all’uscita dalle Poste rinunziò allo scippo. Neanche lui capì bene perché lo stesse facendo, si diresse sotto scuola per una forma di languida nostalgia forse più per i compagni perduti che per le materie. Ma l’indomani chiese ed ottenne dal preside il permesso di tornare a frequentare la classe.
    Suo padre, innamorato di una ventenne, si convinse di aver perso la testa e tornò a casa, dove l’accolse con un sorriso frastornato la stessa donna che non si era sottoposta all’intervento al seno.

    In Parlamento, intanto, il trono del presidente, vuoto,
    fu issato con una carrucola sulle teste dei deputati come solenne monito: da quel giorno governarono tutti con sobria collegialità per il bene esclusivo del paese.
    Un vecchio maleducato ritornò cortese, e il canile municipale si svuotò di centinaia d’abbaianti prigionieri.
    Maria, barricata in casa da tre mesi, la vecchia Maria che si era lasciata morire di fame, bussò timidamente alla vicina che le donò un uovo.
    Una specie quasi estinta di foche rifece capolino nel Mediterraneo.
    Nelle librerie, un genere non richiesto, la poesia
    traslocò da reconditi scaffali sul bancone dei best-seller e un camionista in autostrada si fermò a riposare in una piazzola d’emergenza gettando fra i cespugli cinque grammi di coca.
    Tutto questo e molti altri accadimenti, banali e galattici (si videro stelle, gentilmente, far posto ad altre meno in luce) scaturirono dal gesto di uno che si sbottonò la camicia ammettendo di avere sbagliato.

    Persino mia madre, morta da quindici anni, è venuta stasera a prendersi un tè in salotto, e ha sussurrato:
    «A forza di insistere, il mare scioglie anche le pietre.» Avevo avuto ragione io, una volta tanto.
    Sono tornato bambino e ho pianto.

    Diego Cugia-Jack Folla
    (Roma, 24 Novembre 2009)

     
    August 06

    La forza dell'Amore

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

       

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Sul blog di Daniela: 

    http://jesusthereasonilive.spaces.live.com/

    ho trovato questa testimonianza, al tempo stesso agghiacciante e meravigliosa. Ho pensato di condividerla con voi, perchè certe storie fa proprio bene sentirle. Ringrazio Daniela per la gentilezza e vi auguro "buona lettura".

    "OLD BEST..."

    La storia di michela: dalla morte alla vita

    Bene! Allora vi racconto qualcosa della mia storia, qualcosa del mio incontro con Gesù, che arriva a capovolgere effettivamente una vita intera. Io sono undici anni che vivo questa avventura e quando sono entrata non credevo assolutamente in Dio. Anzi pensavo che i preti e le suore diventassero preti e suore per mancanza di lavoro. Questa era l’idea che avevo e vedevo una Chiesa che sapeva dare tante belle regole, ma non riusciva a rispondere ad una domanda che portavo nel cuore, ed era questa: se è vero che Dio è amore perché nel mondo c’è la sofferenza? Era purtroppo una domanda a cui non riuscivo a trovare una risposta, perché io la sofferenza l’ho incontrata subito, appena nata, perché la mia mamma e il mio papà hanno pensato bene di abbandonarmi in ospedale. Dall’ospedale ho fatto tutta la gavetta in vari collegi e orfanotrofi e ho passato lì i miei primi sei anni di vita. L’ultimo posto dove starò, verrà chiuso per violenza a minori. Quindi tutto avevo conosciuto, ma non l’amore. E quando un bimbo non conosce amore, da grande non sa dare amore.

    Pertanto a scuola ero diventata strumento di santificazione per i professori, perché rendevo vive le loro mattinate a scuola, insomma con me non s’annoiavano! E quando andavo all’oratorio ‘ste povere suore si mettevano le mani nei capelli perché ne combinavo veramente di tutti i colori.

    Me ne sono andata via di casa appena avuta la maggiore età; ho iniziato a lavorare giovanissima, e ho scoperto che avevo un talento: sapevo fare da mangiare. La cucina diventerà il mio modo di comunicare con le persone, con il mondo esterno. La cucina inizia a riempire tanti vuoti che avevo, quindi tento la carriera, che mi riesce, perché diventerò chef internazionale di cucina, inizierò a girare l’Italia, l’Europa. E i soldi hanno iniziato ad essere il dio della mia vita. Più soldi avevo e più ne avrei voluto avere. Tutto ciò che era il mondo dell’affettività era un gran disastro, perché? Perché a me m’avevano insegnato ad essere usata e gettata, e quindi usavo e gettavo l’altro. Mi dicevo: va bè ma tanto io il cuore non ce lo metto, a me che m’importa? Io so che le mie relazioni hanno un inizio e una fine. Pertanto i miei fidanzati andavano in base alle stagioni dei cuochi. Avevo un ragazzo per le stagioni estive, quello per le stagioni invernali, e poi per le ferie, per carità, ce ne stava pure un altro. Però ogni volta che finiva una relazione, non si sa come mai, era una ferita in più che davo al mio cuore. Sino a quando ho incontrato un ragazzo, un ragazzo un po’ diverso che mi ha parlato dell’amore in modo diverso. Era perfetto. Ma aveva un difetto: che era un cattolico e un cattolico convinto, a differenza di me che non credevo in Dio. Quindi vi potete immaginare… passa un giorno, passa due, passa tre, e dicevo: ma questo mica l’è normale! Al quinto giorno l’ho fermato e gl’ho detto: senti Luca, ma a letto quando ce se và? A letto? Dopo il matrimonio! Dopo il matrimonio??? E chi ce la fa ad aspettare fin dopo il matrimonio? No No, guarda, per me è importante il sacramento del matrimonio… dopo il matrimonio!

    Altro problema era la domenica, perché la domenica con la messa, non andava mai in ferie. O c’aveva la pastorale giovanile, o il grest o chi ne ha più ne metta, e quindi lui la domenica andava lì e io invece andavo a vedere la mia squadra di football, giocare a calcio. Siamo rimasti fidanzati due anni, sino a quando una sera lui viene a casa mia ed era la prima volta che saliva a casa (e non vi nascondo che un pensierino quella sera ce l’avevo fatto) dico questo c’è cascato. E invece no. Invece viene su e mi dice: guarda io ho parlato con il mio padre spirituale, ho intenzione di sposarti. Con chi ne hai parlato? (io all’epoca non è che avevo tanta idea di cosa fossero i padri spirituali) e allora dico: scusa, ma va dal sindaco di Alassio, piglia un appuntamento, due firme e ti fa sposare. Mo chell’è ‘sto padre spirituale? No no, guarda, è un sacerdote che mi segue, per me è importante che ci sposiamo in chiesa. No. Io in chiesa non ci vengo. Non t’azzardà proprio! Dice:guarda che permettono un matrimonio misto. Tu dichiari di essere atea, non fai la comunione, ma dai la possibilità a me di sposarmi in chiesa. E io m’arrampicavo dappertutto perché dovevo trovare la scusa per non sposarmi. Allora a un certo punto m’è venuta fuori tutta la mia parte genovese, perché io sono di Genova. E allora ad un certo punto gli dico: senti un po’ ma quanto costa questo matrimonio? Dice: Niente! Basta che tu vieni in chiesa. Poi mi occupo di tutto io! E allora dentro di me ho detto: uno, l’immagine non la perdo perché dichiaro di essere atea. Due, non devo tirar fuori un becco d’un quattrino… scusa, sai che ti dico? và dal tuo padre spirituale, organizza tutto ‘st’ambaradan. A me dillo una settimana prima così tra un banchetto e l’altro mi libero, vengo a fare ‘sta pratica e poi finalmente si va a casa. E quando uno è innamorato accetta qualsiasi condizione.

    Quindi Luca, incomincia ad organizzare questo matrimonio, ma nella realtà dei fatti io con Luca non mi sposerò mai. Perché non mi sposerò mai? Perchè Luca morirà quattro giorni prima del matrimonio. E lì ho iniziato a farmi un po’ di domande. Innanzi tutto vado a contatto con la prima verità della mia vita: che con i soldi, sino a quel giorno, avevo comprato tutto e tutti, ma una cosa sola non ho potuto comprarla: e questa è stata la vita. E allora quando ti rendi conto che i soldi non sono tutto; quando ti rendi conto che le tue sicurezze incominciano a crollare, la mia reazione qual è stata? Quella di prendermela con Dio. Ho iniziato ad accusare Dio di avermi tolto i miei genitori, ho iniziato ad accusare Dio di aver subìto le violenze che avevo subìto. Ho iniziato ad accusare Dio di avermi tolto l’unica persona che forse avevo veramente amato. E così la sera dei funerali, io stavo passeggiando su questa spiaggia e… ho urlato questa frase nella solitudine più totale, ho urlato questa frase, e ho detto: Dio, se tu esisti, io ti distruggo! Ma se tu non esisti, passerò la mia vita a dire al mondo che tu non esisti. Ed è incominciata la mia guerra con Dio. Una guerra senza esclusione di colpi, una guerra che mi porterà alla morte, alla morte dell’anima. Perché? Perché a causa del mio lavoro vengo trasferita in una grande città d’Italia e una mia collega che mi vedeva stare male mi dice: Senti, prendi questo numero di telefono, telefona e fatti aiutare. Ho telefonato. Era il numero di telefono di una persona che diceva di essere una psicanalista e qui comincio ad andare un giorno a settimana, due giorni a settimana, quattro volte a settimana. E poi da lì un giorno mi sento dire: lo sai Michela? Dobbiamo capire perché tu soffri. E allora bisogna scendere nel tuo inconscio, bisogna fare ipnosi. E ho accettato anche di fare ipnosi. Mi ritroverò ad essere un burattino che si può manovrare come e quando si vuole. Vi dico solo per farvi capire, che ero dirigente dello Sharaton Hotel, in questa città, con trentadue dipendenti, e non ero in grado di decidere da sola se la forchetta andava a destra o a sinistra, perché lo dovevo chiedere a lei. Purtroppo sono finita nelle mani sbagliate perché, questa persona non era una dottoressa, bensì una sacerdotessa di una delle sette sataniche più importanti d’Italia.

     

    Io ho passato due anni della mia vita, due anni dove ho perso tutto, due anni dove questi occhi hanno visto solo morte e tanta violenza. La cosa più importante che ho perso è stata la dignità, la dignità di donna. Undici anni fa durante la notte di Natale, durante un rito, mi viene detto che posso avere io il potere e posso essere io sacerdotessa. Però mi dicono: devi dimostrarci la tua appartenenza a noi. Mi dicono: guarda, a Roma c’è una comunità,” Nuovi Orizzonti”, la fondatrice è Chiara (Amirante, ndr), è una ragazza molto giovane, è agli inizi, ma è molto protetta dalla Chiesa e per noi comincia ad essere un serio pericolo. Allora se tu vuoi appartenere a noi, distruggi tutto ciò che è l’opera di Nuovi Orizzonti, e uccidi Chiara. E io ho detto di si. Sono partita per Roma. E’ il sei gennaio, è il giorno in cui i magi vanno da Gesù. E’ il giorno in cui Gesù si rivela ai più lontani. E lo è stato anche per me. Perché quella sera, verso le otto di sera, io sono arrivata alla porta della prima comunità che risiedeva a Trigoria e ho suonato il campanello. Chiara racconta sempre che lei stava cenando e in quel momento ha sentito nel cuore: apri tu quella porta perché c’è una mia figlia che ha bisogno; e Chiara s’è alzata ed ha aperto quella porta. E ha fatto una cosa sola: mi ha abbracciato e mia ha detto: finalmente sei a casa. Sarà l’abbraccio che capovolgerà completamente la mia vita. E’ un abbraccio che dopo undici anni è ancora vivo, un’ abbraccio che sento ancora nei momenti di difficoltà. Col tempo ho imparato a dire che era l’abbraccio del padre che aspettava il figliol prodigo, che tornasse a casa.

     

    Mi ha portato in camera sua. Lei dice che abbiamo parlato circa quaranta minuti, ma non ricordo niente, perché i momenti di lucidità erano proprio pochi. So solo che io ad un certo punto ho avuto la piena consapevolezza che per me non c’era speranza, perché sapevo che mi avrebbero comunque trovato e ucciso. E così ho detto questa cosa a Chiara, ho detto: Chiara, io ho imparato dentro la setta, che quel pezzo di pane che voi adorate, quel pezzo di pane di cui voi vi nutrite, loro m’hanno insegnato che lì veramente c’è la presenza di Gesù. E mi hanno detto che per voi cattolici, lì c’è la vera ed unica salvezza. Allora nella mia ignoranza gli ho detto: Chiara, se io prendo quel dischetto bianco (all’epoca non sapevo come si chiamasse) so che mi salvo. Si. Però prima devi fare l’incontro con la misericordia. Così hanno chiamato un sacerdote. Mi sono confessata, ma ne avevo combinate un po’ tantine. E per il diritto canonico non potevo avere l’assoluzione completa perché ero incorsa in una scomunica. Che cosa fare? Hanno preso carta e penna, hanno scritto tutta la mia storia, tutti i macelli che avevo combinato e li hanno spediti alla Congregazione della Dottrina per la Fede, in Vaticano. E dopo soli due giorni, un certo Cardinal Ratzinger, ha risposto dicendo: OGGI LA CHIESA E’ IN FESTA, PERCHE’ UN FIGLIO E’ TORNATO A CASA. E con questo permesso speciale, la notte del ventisette di gennaio, dalle suore di Madre Teresa al Celio in Roma, ho fatto la comunione, ho consacrato il mio cuore al Cuore Immacolato di Maria e ho fatto i miei primi voti (laici) di povertà, castità, obbedienza e gioia. La gioia del Cristo Risorto.


    E da quel momento tutto è finito e tutto è incominciato. Ho incominciato a fare questo percorso di “Cristo-terapia”, questo percorso dove la parola di Dio, guarisce. Dove Gesù Eucaristia, guarisce. Ma c’era una ferita che c’è stato il bisogno dell’intervento di Sua mamma. Ed era una ferita molto profonda in me, perché era quella di una mancanza di una mamma. Fondamentalmente questa ferita si riapriva ogni volta che arrivava il mio compleanno, che arrivava Natale, che arrivavano le feste della comunità. E Chiara ha la bella idea di mandarmi ad aprire un centro di aiuto alla vita. Un centro residenziale per ragazze madri in difficoltà, minori a rischio e per donne che devono decidere se abortire oppure no. E parto con tutto l’entusiasmo di aprire una nuova casa. Soltanto che dopo qualche giorno, incomincio a raccogliere il dolore di madri che avevano partorito in situazioni di disagio, difficili. Quel bimbo giustamente era stato dato in adozione. E mi dicevano: Sai? Oggi mio figlio oggi ha otto anni, ma non l’ho mai tenuto tra le braccia.. Avrei voluto accompagnarlo il primo giorno di scuola, ma non potevo... Chissà come si trova nella sua famiglia adottiva... Oppure ho iniziato a raccogliere il grido di donne che avevano abortito. Ed è un grido che ti lacera il cuore. E la sera quando andavo davanti a Gesù a consegnare queste urla, perché altrimenti a Nuovi Orizzonti non riesci a sopravvivere, ho sentito nel cuore una cosa ed era questa: Michela, se tu oggi esisti è perché tua madre ha detto si alla vita. Se tu oggi sei un dono d’amore per tanti figli che io ti consegno è perché tua madre è stata un dono d’amore per te. E ho sentito nel cuore che dovevo cercare mia madre. Ma non per chiederle perché mi hai abbandonato o cose di altro genere. Ma semplicemente per dirle grazie per avermi dato al vita. E così c’è una legge in Italia, che da un po’ di tempo permette di sapere le proprie origini. Io rientravo in questi casi e ho incaricato un tribunale, e un giudice troverà mia madre. Abbiamo lasciato a lei la libertà di decidere se sentirci oppure no. Lei ha detto il suo si. Quindi abbiamo cominciato un rapporto telefonico. Sino quando lei mi chiede di incontrarla. E parto il 9 giugno del duemilaquattro, per questa città del nord, per incontrare mia madre. Ma commetto un errore. E qual è l’errore che commetto? Che al primo posto non c’è Dio. Al primo posto c’è il mio bisogno di dire che anche io adesso ho una madre. Al primo posto c’è il mio bisogno di ricevere la telefonata. Al primo posto c’è mia madre, non c’è Dio. Vedete, quando nella nostra vita al primo posto stanno altre cose quali figli, moglie, lavoro… ognuno sa cos’ha al primo posto, e non c’è Dio, c’è il rischio che la nostra casa sia costruita sulla sabbia e c’è il rischio che la casa crolli. E in quel giorno malgrado sette anni di comunità, la mia casa è crollata. Perché? Perché dopo un breve momento che stavo con mia madre, con uno sguardo che non auguro al mio peggior nemico, mia madre mi dice: Tu per me non sei esistita allora, non esisti oggi, esci fuori dalla mia vita. E la mia casa è crollata. Io non so cosa prova una madre quando un figlio dice no. Ma vi posso dire che cosa ha provato un figlio quando la madre gli ha detto no. Sono tornata a Roma, avevo il cuore a pezzi. Sono andata da Chiara e gli ho detto: Chiara, ma perché Gesù mi tratta così? Ma che ho fatto di male a ‘sto Gesù? Adesso lavoro per Lui… Perché Gesù fa così? E lei mi ha risposto: Vedi, prima di te c’era una santa, che era una mistica, santa spagnola, santa Teresa D’Avila, e anche lei era messa molto alla prova. E un giorno come te, s’era arrabbiata, e si è rivolta direttamente a Gesù e gli ha detto: senti ma, apro tanti monasteri, tante vocazioni, perché mi tratti così? E Gesù gli ha risposto: sai Teresa io i miei amici, li tratto così. E santa Teresa D’Avila ha risposto: Ah… adesso io ho capito perché tu hai così pochi amici…

     

    Io ho detto: Chiara, troppi effetti collaterali questi amici di Gesù. Dobbiamo trovare una soluzione.

    E lei m’ha detto: guarda, hai le ferie, venti giorni. Ti prendi queste ferie e vai a Medjugorje. Dov’è che vado? Vai a Medjugorje. Hai le ferie, là oltretutto è il 25 giugno, quindi è un momento molto importante. Lì troverai la risposta che cerchi. E la mia risposta: Chiara, ma fa pace col cervello te e Medjugorje. Io secondo te, venti giorni di ferie mie vado a passarle in mezzo alle pietre, alle colline e a gente che dice pure di vedere la Madonna? Ma fa la brava. Però guarda io capisco che tu mi vuoi tanto bene e anche io te ne voglio. Facciamo così: tu mi paghi diciannove giorni di ferie in Croazia che c’è un mare favoloso e un giorno faccio una capatina e Medjugorje. Lei mi guarda e mi dice: Mh…adesso ne abbiamo due di problemi, uno, che hai un voto di povertà e non mi risulta che a te ti posso proprio andare a pagare le ferie in Croazia. Due, sicuramente non te lo ricordi, eri distratta, ma io c’ero e me lo ricordo molto bene, hai fatto pure un voto di obbedienza. Adesso per santa obbedienza vedi di andartene a Medjugorje. E “volontariamente” sono partita per Medjugorje.

    I primi dieci giorni giro nei bar, della serie, non mi interessava neanche dove stavo. Proprio niente. Poi dentro di me dico: ma io posso tornare a Roma dagli amichetti miei e dirgli che son stata in ferie tutta pallida senza aver preso un po’ di sole? E ho detto Và bè! Visto che il programma serale è all’aperto arrivo là un po’ prima, mi metto là a piglia’ il sole e poi… così faccio contenta anche Chiara, sento la messa il rosario e tutto. E l’undicesimo giorno così è stato Ho preso lo stuoino e l’asciugamano e mi son messa davanti al tendone verde, vicino al capannone giallo. Là c’è una grande distesa di un prato, e ho steso l’asciugamano e mi son messa là a piglià il sole. Verso le sette di sera arriva Marja (una dei veggenti) che io non conoscevo, cioè, l’avevo vista in due occasioni perché me l’avevano presentata, ma non ci conoscevamo assolutamente. Passa, mi vede, e mi dice: ma che stai facendo qua? E che sto a fa Marja? Quello che fai tu! Sto alla messa. Mh…ma non ti ho visto in questi giorni, sei appena arrivata? No, no. E’ dieci giorni che sto qua ma ho tante cose da fare… senti, guarda, domani io sono all’Oasi della Pace (una comunità presente qui a Medjugorje) e essendo che ci sono tanti pellegrini che hanno chiesto di partecipare all’apparizione, lì ci sarà l’apparizione. Vieni, sei mia ospite! Voi che avreste risposto al posto mio? Siii. Voi! Non io. Mi sono alzata da terra, ho guardato dritta Marja e gli ho detto: Marja, se qui c’è la Madonna è lei che deve venire da me, perché io da qua non me muovo! Questa mi guarda con due occhi così e mi dice: Penso che però tu ne hai tanto bisogno. E se ne va via. Il giorno dopo guardo l’orologio erano le sei e venti. Dico, và bè! La merenda l’ho fatta, il caffé l’ho preso, andiamo a vede’ ‘sta cosa. E sono partita per l’Oasi della Pace.

    Ovviamente era impossibile entrare. Perchè erano i giorni dell’anniversario, e quando si sa che c’è un’apparizione pubblica, che tutti possono partecipare, vi potete immaginare che cosa c’era là dentro? E quindi sono arrivata fino a dove c’è un piccolo anfiteatro, dove c’erano delle piante e mi sono messa sotto all’ombra. Mi metto lì, e mentre faccio per sedermi, ripassa l’incubo mio. Marja. Ripassa Marja che mi vede e mi dice: No no. Tu vieni dentro con me. Marja, fai la brava! Ma mi dici ndo’ vai là dentro? Poi guarda, o dentro o fuori tanto io ‘sta Madonna non la vedo. Io sto qua fuori al fresco. Che fa Marja? Non ha detto una parola, mi ha preso per il colletto della t-shirt, mi ha alzato da terra di peso (avevo i piedini che mi facevano a mala pena così) e davanti a tutti mi ha portato dentro la cappellina dell’Oasi. Non vi dico la vergogna che ho provato in quel momento! Avrei voluto sparire. Anche lì molto “volontariamente” mi fa inginocchiare, perché mi da una mina qua dietro alle ginocchia; me fa scendere come un masso a terra e lì incomincia l’apparizione. Ma a me non interessava, non so manco cosa volesse dire forse dentro di me, dove stavo. E quindi che ho fatto? Ho iniziato a guardare Marja, la cosa che secondo me era più logica. Ho iniziato a vedere ‘sto sguardo, vi devo dire bellissimo! vi devo dire uno sguardo luminosissimo, che fissava un punto ben preciso. E poi lì ho iniziato, sempre guardandola, a vedere che ogni tanto muoveva la bocca. Allora lì mi ha preso un pensiero molto “contemplativo”, dalla “profondità del cuore”. Perché ho detto: ma questa con la Madonna ce parla in italiano o in croato? Ma che m’importa?! Questo per dirvi che proprio l’apparizione era lontana da me migliaia e migliaia di chilometri. Sino a quando succede qualcosa: e che cosa succede? Succede che inizio a sentire un calore stupendo nel corpo. Ma non è un calore “oh! Quanto fa caldo” No! E’ un calore che è partito dalla punta dei capelli ed è arrivato alla punta dei piedi. Avevo la sensazione di qualcosa che mi avvolgeva… e ve la dico così perché sono le parole più semplici ma spiegarlo per me resta molto difficile, e avevo la sensazione di due braccia che mi stavano coccolando. E l’altra sensazione strana che ho avuto è stata quella del trapianto di cuore; perché ho sentito una mano che mi ha strappato questo cuore ormai troppo stanco, troppo ferito, troppo ammalato e un’altra mano che mi ha rimesso un cuore nuovo. E una pace è entrata dentro di me. Una pace che non ha preso solo la mia anima, ha preso la mia mente, ha preso il mio corpo, ha preso tutto di me. Finisce l’apparizione, io stavo una favola! Eh… io sono molto razionale, quindi cercavo di dare una spiegazione a tutto ciò, ma non la trovavo. Per la prima volta non riuscivo a trovare una spiegazione di quello che mi era successo. Ma era talmente bello, che cercavo anche di godermelo tutto, quel momento.

     

    Finisce l’apparizione e Marja si alza e fa quello che fa sempre quando ci sono delle persone esterne: spiega quello che è avvenuto al momento dell’apparizione, e dice: Al momento dell’apparizione, quando la Madonna è venuta, ho affidato tutte le intenzioni di preghiera. La Madonna ha pregato su di voi e vi ha benedetto. E poi lo sguardo di Marja s’incrocia con il mio sguardo e davanti a tutti mi dice: La Madonna fa suo il dolore che porti, nella profondità del tuo cuore. Ma da oggi solo lei ti farà da mamma. Io ho guardato Marja… avevo la certezza che lei non sapeva niente, e quindi qual è stata la mia reazione? Sono scappata via di corsa. Vuoi sapere qua a Medjugorje come si fa a capire che c’è un veggente in giro? Molto semplice: in base ai pellegrini che lo inseguono per il paese. Ecco! Quella sera era Marja che mi inseguiva per tutta l’Oasi. E cercava di acchiapparmi. Mi prende e mi dice: dai vieni a cena a casa mia. E quindi mi prende sotto braccio e vado verso casa sua. Ma lungo il viale, san Tommaso con me era regalato(?) perché? Perché mi fermo di scatto, la guardo e gli dico: ma Marja, ma tu là dentro davvero ce l’avevi con me? E lei mi ha risposto: Io no. Ma la Madonna si! E da quel giorno Maria è entrata nella mia casa, è entrata nella mia vita; da quel giorno ho scoperto di avere una mamma specialissima, una mamma ventiquattr’ore su ventiquattro. Una mamma a cui, vi do una notizia, non serve comunicare con lei con telefonini, sms, internet. No no. E’ gratis. Basta una cosa sola: avere un semplice rosario tra le mani, e allora scopri che è lei che ti prende per mano; scopri che non sei più tu che prendi le decisioni da sola, ma è lei che le prende insieme a te. Ed è una mamma che si è preoccupata di tutto. Io vi garantisco, non solo a livello spirituale, ma materiale, in tutto si è occupata di me. Ma la cosa più importante che ho capito quella sera, è il senso della sofferenza. Io ho incominciato dicendovi che non trovavo una risposta a una parola ben precisa: al dolore. Ma quella sera, ho capito che se volevo diventare santa, dovevo incominciare a vivere il silenzio di Maria sotto la Croce, perché? Perché ogni qual volta son riuscita, non più a scappare dal dolore, ma ad abbracciare quel dolore, io vi garantisco che quel dolore, si è trasformato in amore. Ed è molto semplice. Perché ogni qualvolta che porto un dolore grande nel mio cuore o dei pesi, delle responsabilità enormi, ogni qualvolta io mi butto, ad amare l’altro, il fratello che ho davanti a me, fratello che mi chiede aiuto, che grida, ogni qualvolta riesco a fare questo passo di uscire dal mio dolore, per andare incontro al fratello, io vi garantisco che quel dolore che io porto, automaticamente, si trasforma in amore. E allora concludo dicendovi questo: che la più bella scoperta che ho fatto, è che non c’è morte senza Risurrezione, ma non c’è Risurrezione senza morte!

     

     

    Michela ha raccolto la sua storia in un libro:

     

    "Fuggita da Satana", Edizioni Piemme.

     
    November 11

    Parole e Parola

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

       

     

     

     

     

     

         

    Ciao a tutti!

    È un bel po’ che non mi faccsentire. Purtroppo sono letteralmente sommerso di lavoro (il seminario, il CAG, il catechismo…) e non mi rimane più molto tempo libero da dedicare agli hobby io (sigh!). Beh, tutto sommato è la vita che volevo, quindi non mi lamento più di tanto. Visto però che questa mattina mi trovo ad avere un’ora libera, ne approfitto per pubblicare questo post. Si tratta di alcuni passi estratti da un articolo pubblicato sul n. 5/2008 di “Se vuoi”, rivista di orientamento per i giovani (www.apostoline.it). In sintonia con il Sinodo dei vescovi, che ha approfondito il cammino della “Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”, questo numero è a tematica monografica: “parole e Parola”, appunto. È un articolo che mi è piaciuto molto: spero possa essere anche per voi motivo di riflessione, e magari possa aiutarvi ad avvicinare di più alla vostra vita, e al vostro cuore, questa LETTERA SPECIALE del Padre a ognuno di noi.

    Buona lettura e… fatemi sapere cosa ne pensate.

     

    “Old best 4 u brethrens’n sistrens

     

    SOMMERSI DALLE PAROLE… COMUNICHIAMO?

    di CARLO NANNI, pedagogista, UPS, Roma

     

    S. Giacomo nella sua lettera ricorda che “tutti manchiamo in molte cose. Se uno non manca nel parlare è un uomo perfetto” (Gc 3, 2). La chiacchiera è considerata malamente da pensatori e moralisti, perché è vista come espressione di superficialità di vita e di pensiero. Può esserlo, quando si parla di sport, di calcio, della squadra o del cantante preferito, della star della televisione o del cinema. Il brutto sarebbe se non si avesse e non si sapesse parlare di altro. Perché starebbe a dire che in testa o nel cuore non si ha né altro né di meglio. Perché non si sa o non si vuole parlare di cose più profonde e più auto-implicative. Perché la vita interiore è vuota o piena solo di ciò che è pubblico, anonimo, di ciò che è propagandato dalla televisione, dalla radio, o ascoltato sugli Mp3, gli iPod, o visto su internet, o lanciato dagli Sms.

    I filosofi evidenziano che verso la metà del secolo scorso si è realizzata una epocale “svolta linguistica”: la parola ha preso a primeggiare al posto del pensiero. A tal punto che essa è diventata quasi una realtà a sé stante, a rischio di oscurare persino la fonte e il destinatario dell’evento linguistico. Anche la Parola di Dio può essere letta e vista come un feticcio, dimenticando che è Dio che parla a noi e noi che parliamo con Lui.

     

    Ci sono parole sterili e vuote. Ci sono parole che tagliano, feriscono, distruggono. Ma ci sono parole che ci toccano nella mente e nel cuore. Parole indimenticabili, evocatrici di ricordi, di incontri, di vissuti, di esperienze che ci hanno fatto toccare il cielo con un dito, di persone che vorremmo sempre presenti. Ci sono parole cariche di significati. Parole che sostengono, illuminano, confortano, costruiscono, mettono in comunicazione, spingono a fare cose belle e buone. Ci fanno gustare la grandezza della verità, ci provocano a conoscere, a ricercare, a metterci in contatto, a  entrare in comunicazione profonda. Fanno nascere e crescere amicizia e amore. Provocano decisioni, impegni, dedizione. Fanno provare il gusto e la felicità del buono e del bello.

    Se alle volte siamo “sfrenati” nel parlare, forse lo è perché sentiamo “a pelle” di non riuscire ad avere rapporti, a essere in contatto con gli altri. O magari abbiamo paura di essere isolati. Oppure perché il nostro mondo interiore ci appare vuoto. E del vuoto abbiamo paura, perché temiamo di non avere personalità o che non riusciamo a tenere sotto controllo la situazione.

    Forse hanno la stessa valenza certe parole imprecatorie. Tante bestemmie, più che contro Dio, sono il segno che la nostra valvola è saltata, perché qualcosa era ed è sopra le nostre capacità di resistenza, era ed è non voluta e non compresa, era e ci è assolutamente insopportabile.

    Anche tante parole dissacratorie dei giovani, dette o scritte, sono magari l’esternazione della contrarietà che si prova con la vita, con la realtà, con i genitori, con gli adulti, con le istituzioni, con la società, con le norme sociali, con una cultura vecchia e rinsecchita e comunque non rispondente ai loro desideri. O forse è un modo per dire agli altri, agli adulti che ci sono, che esistono, che valgono!

    Ma dietro lo scacco del parlare, di molto mutismo, giovanile o adulto, non c'è solo il disagio, il negativo, il limite. C'è anche il bisogno di un “di più”, di infinitezza. C'è il senso di frustrazione per aspirazioni profonde che risultano inesaudite dalle possibilità sociali o dalle capacità personali di essere, di esprimersi, di comunicare. L’ideologia efficientistica contemporanea soffia sul fuoco.

    Ci può essere anche lo struggimento per una pienezza di comunicazione che si vorrebbe, e che si sente “vicina”, prossima: come nei canti d’amore e di nostalgia, come nel “balbettio farneticante” dei mistici.

    Se badiamo bene, viene a coscienza che non tutto è esprimibile, dicibile, comunicabile. L’ineffabile esiste. L’incomunicabilità c'è. Ma non è solo questione di incapacità, di limite. È anche il segno che noi siamo di più del nostro parlare, delle nostre parole, di quanto riusciamo a dire. Prima, durante e dopo di esse, c'è la nostra interiorità, la nostra soggettività. Il nostro mondo interiore è più grande e più ricco (magari più complesso e problematico!). È sorgente di relazione e di dialogo ma non si esaurisce in essi.

     

    Ma tocchiamo con mano che le nostre parole hanno a che fare con la nostra libertà e con la nostra responsabilità. Scopriamo, cioè, che siamo costitutivamente un “io-tu-noi”.  “In principio era la relazione”, dice Martin Buber. Una vita di relazione può voler dire chiudersi, non rispondere, o dire solo “brutte parole”, oppure può voler dire uscire da sé, aprirsi all’altro che accogliamo e che ci accoglie. C'è felicità nel farsi aiutare. Altrettanto ad ascoltare. È bello stare a capire, e cercare di comprendere chi ci parla.  Ma se non si è attenti, se si è distratti, se si sta nel frastuono… E se non ci si fa l’orecchio a certi suoni, a certe parole… E poi, lo sappiamo, non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire! Se siamo pieni di noi stessi non ci sarà spazio per altro (e per l’Altro!). Se siamo auto-centrati o peggio egoisti, al massimo sentiremo solo quello che ci aggrada o ci serve e perderemo chissà quanto di vero, di grande, di buono e di bello ci viene dagli altri, dal mondo, da Dio!

    Saper tacere o aspettare a parlare, è dare spazi e tempi alle parole, gustarne tutto il sapore, lasciarle “stagionare” nel nostro cuore e nella nostra mente (come faceva la Madonna con Gesù!), rilanciare il dialogo. Il silenzio può essere la notte che prepara l’alba e il giorno della comunicazione più intensa, più semplice e più profonda. Sperimentare una certa solitudine interiore e sentire la distanza da coloro con cui vorremmo parlare e stare insieme, fa soffrire ma rende più bello l’incontro: come ben si coglie nel saluto, nel dirsi ciao o arrivederci, oppure nell’attesa di una persona cara o amata, di una cosa grande, di Dio!

     

     
    April 10

    45° GMPV

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Ciao a tutti,

    come saprete, domenica prossima sarà celebrata la 45° Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni. Ho trovato questa bella preghiera del Centro Mondiale per le Vocazioni, che si rifà al messaggio di Papa Benedetto XVI. Siccome mi è piaciuta, e siccome il mondo ha tanto bisogno di vocazioni, ho deciso di condividerla con voi.

    Possa essere un'occasione per ciascuno di voi di chiedere a Dio di aiutarlo a trovare la propria strada nella vita (se ancora siete in ricerca), oppure una preghiera di intercessione per qualche amico/a che vi sta particolarmente a cuore, oppure semplicemente un accorato appello perchè nella Chiesa non abbiano mai a mancare generosi e santi ministri, missionari e missionarie.

    "OLD BEST 4 U!"

     

    Signore Gesù,

    ai tuoi Apostoli, come Risorto, hai affidato un prezioso mandato:

    “Andate ed ammaestrate tutte le nazioni…”,

    rassicurando loro e noi:

    “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

    Hai chiesto ai tuoi discepoli di farsi carico del bisogno delle folle, a cui volevi offrire non solo il cibo per sfamarsi, ma anche rivelare il cibo “che dura per la vita eterna”.

    Da questo tuo sguardo di amore sgorga per tutti noi, ancora oggi, il tuo invito:

    “Pregate dunque il padrone della messe, perché mandi operai nella sua messe”.

    Aiutati a comprendere, o Signore, che corrispondere alla tua chiamata significa affrontare con prudenza e semplicità ogni situazione di difficoltà e sofferenza nella vita, perché “un discepolo non è da più del suo maestro”.

    Grazie, o Signore, per le “testimonianze commoventi” che sempre ci doni, capaci di ispirare tanti giovani a seguire a loro volta Te, che sei la Vita, trovando così il senso della “vita vera”.

    Grazie per questi “testimoni della missione”, liberi di lasciare tutto per annunciare Te con profonda originalità e umanità.

    Santa Maria, Regina degli Apostoli, Madre della speranza, insegnaci a credere, sperare e amare con te.

    Stella del mare, brilla su di noi, rendici “missionari della speranza” e guidaci nel nostro cammino.

    Amen.

     

    February 26

    Riflessioni...

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Vista la situazione drammatica che stanno vivendo i cristiani in molte parti del mondo, ad opera di uomini violenti ed estremisti, “sedicenti islamici”, mi sembra utile   ricordare che, anche in questo frangente, purtroppo, non c'è “niente di nuovo sotto il sole” (come direbbe Qoèlet).

    Non si è ancora spenta l’eco di dolore   per la morte violenta di don Santoro, e già abbiamo avuto notizia di altri fedeli trucidati mentre si trovavano in chiesa a   pregare, e di un altro sacerdote.   

      Niente di nuovo sotto il sole, dicevo; dai tempi delle prime comunità cristiane, la persecuzione non si è mai arrestata: magari sarà meno generalizzata, meno istituzionalizzata (ma è poi vero?),  meno pubblicizzata, ma mai estinta.

    Riporto il testamento spirituale di un padre trappista ucciso in Algeria quasi dieci anni fa. Sono parole che fanno riflettere (quando è passata la pelle d’oca!): fanno riflettere sull’uomo, sulla religione, su Dio, e su noi stessi. In un momento in cui è facile essere tentati dal ritorno all’antica legge (“Occhio per  occhio…”), parole come quelle di p. Christian e gesti come quello della mamma di don Santoro, credo dovrebbero essere come schiaffi in faccia e pugni allo stomaco per tutti noi “sedicenti cristiani”. E se, invece, ci lasciano  indifferenti, o  peggio infiammano il desiderio di vendetta e l’odio indiscriminato, allora p. Christian, don Santoro e tutti i martiri cristiani sono veramente morti invano!

     

    “Ad-Dio”

    Testamento spirituale di p. Christian Marie De Chergé:  priore del   monastero trappista di Notre-Dame dell’Atlas a Tibhirne, Algeria. Ucciso in Algeria con altri sei confratelli il 21 maggio 1996

     

    “Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli  stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo Paese. Che essi accettassero che l’unico Padrone di ogni vita non  potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me: come potrei essere trovato degno di tale offerta? Che sapessero associare  questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato. La mia vita non ha più valore di un’altra. Non ne ha neanche meno. In ogni caso, non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca. Venuto il momento,  vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito. Non potrei auspicare una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del  fatto che un popolo che amo sia indistintamente accusato del mio assassinio. Sarebbe un prezzo troppo caro per quella che, forse, chiameranno ‘grazia del martirio’, il doverla a un algerino, chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’islam. So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell’islam che un certo islamismo incoraggia. È troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti. L’Algeria e l’islam, per me, sono un’altra cosa: sono un corpo e un’anima. L’ho proclamato abbastanza, credo, in base a quanto ne ho concretamente ricevuto, ritrovandovi così spesso il filo conduttore del Vangelo, imparato sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima Chiesa, proprio in Algeria e, già allora, nel rispetto dei credenti musulmani. Evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o idealista: ‘Dica adesso quel che ne pensa!’. Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità. Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per  contemplare con Lui i suoi figli dell’islam, come Lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti dal dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze. Di  questa vita perduta, totalmente mia, e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per quella gioia, attraverso e nonostante tutto. In questo grazie in cui tutto è detto,   ormai, della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, accanto a mia madre e a mio padre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e a loro, centuplo accordato come promesso! E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che  facevi. Sì, anche per te voglio dire questo grazie e questo ad-Dio profilatosi con te. E che ci sia dato di  ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due.

    Amen! Insc’Allah!”

    June 14

    Croce: collocazione provvisoria

    Nel Duomo di Molfetta c'è un grande crocifisso di terracotta. Il parroco, in attesa di sistemarlo definitivamente, l'ha addossato alla parete della sagrestia e vi ha apposto un cartoncino con la scritta: "Collocazione provvisoria".

    La scritta che in un primo momentoa avevo scambiato come intitolazione dell'opera, mi è parsa provvidenzialmente ispirata, al punto che ho pregato il parroco di non rimuovere per nesuna ragione il crocifisso di lì, da quella parete nuda, da quella posizione precaria, con quel cartoncino ingiallito.

    "Collocazione provvisoria": penso che non ci sia formula migliore per definire la Croce. La mia, la tua croce, non solo quella di Cristo. Coraggio, allora, tu che soffri inchiodato su una carrozzella. Animo, tu che provi i morsi della solitudine. Abbi fiducia, tu che bevi al calice amaro dell'abbandono. Non ti disperare, sorella che ti vedi distruggere giorno dopo giorno da un male che non perdona. Asciuga le lacrime, fratello che sei stato pugnalato alle spalle da coloro che ritenevi tuoi amici. Non tirare i remi in barca, tu che sei stanco di lottare e hai accumulato delusioni a non finire. Non abbatterti, fratello povero, che non sei calcolato da nessuno, che non sei creduto dalla gente e che, invece del pane, sei costretto a ingoiare bocconi di amarezza. Non avvilirti, amico sfortunato che nella vita hai visto partire tanti bastimenti e tu sei rimasto sempre a terra.

    Coraggio. La tua Croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre una "collocazione provvisoria". Il Calvario dove essa è piantata, non è zona residenziale. E il terreno di questa collina, dove si consuma la tua sofferenza, non si venderà mai come suolo edificatorio. Anche il Vangelo ci invita a considerare la provvisorietà della Coce: "Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra". Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio: ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Al di fuori di quell'orario c'è divieto assoluto di parcheggio. Dopo le tre ore, ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci. Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da Dio. Coraggio fratello che soffri, c'è anche per noi una deposizione della croce. Coraggio, tra poco, il buio cederà il posto alla luce, la terra riaquisterà i suoi colori verginali, e il sole della vita irromperà tra le nuvole in fuga.    Tonino Bello, vescovo.

    (Special thanks to Niccolò il "Monsignore" per la gentile concessione)

    June 01

    Riflessioni pasquali

     

    Gesù fu l'opera più sublime del genio creatore:

    una candida tela,

    che tutto accoglieva per poi ridonarlo.

    Dio ce ne fece dono,

    perchè potessimo gioirne con Lui.

    Una croce di legno

    la teneva alta e ben distesa,

    in modo che tutti la potessimo ammirare.

    Noi, però, non sapemmo che farcene

    di una tela bianca:

    la trovammo insulsa, non ci diceva nulla,

    quasi una beffa,

    e ci irritò tutto quel suo biancore.

    E su di essa sfogammo il nostro livore:

    ci sputammo sopra tutti i nostri veleni.

    L'abbiamo vessata, inzaccherata, calpestata.

    Ma più ci accanivamo a sgualcire, a deturpare,

    più appariva, nitida, una sola parola:

    AMORE!

    Ci arrestammo,

    tacemmo,

    e, finalmente,

    cominciammo a capire.

    Carlo

     

     

     

     

     

    May 21

    Atto di confidenza

    ATTO DI CONFIDENZA                

    Mio Signore e mio Dio, io sono così convinto che Tu hai cura di tutti quelli che sperano in Te e che niente può mancare a coloro che aspettano tutto da Te, che ho deciso per l’avvenire, di vivere senza preoccupazione e di riversare su Te ogni mia inquietudine.

      Gli uomini possono spogliarmi di tutti i beni e del mio stesso onore; le malattie possono privarmi delle forze; col peccato posso perdere perfino la tua grazia, ma non perderò mai e poi mai la fiducia in Te.

      Gli altri aspettino pure la loro felicità dalle ricchezze e dal loro ingegno; facciano anche affidamento sulla innocenza della vita, sulla quantità delle opere buone o sul fervore delle preghiere; per me tutta la mia confidenza è la mia stessa confidenza; confidenza che non ha mai ingannato nessuno.

      Ecco perché ho l’assoluta certezza di essere eternamente felice, perché lo spero unicamente da Te.  Per mia esperienza devo riconoscere di essere debole e incostante;eppure nulla, finché conserverò questa fiducia in Te, potrà spaventarmi.

      Infine, mio Dio, sono intimamente persuaso che non sarà mai troppa la fiducia che ho in Te e che ciò che otterrò da Te sarà sempre al di sopra di ciò che avrò sperato.  Tu mi sorreggerai nelle debolezze, negli assalti più violenti, farai trionfare la mia fiacchezza sopra i miei nemici.

      Ho tanta fiducia che Tu mi amerai sempre e che anch’io, a mia volta, ti amerò per sempre. E per portare al più alto grado questa mia fiducia, o mio Creatore, io spero  da Te, Te stesso, per il tempo, per l'eternità, Amen!