Carlo's profile carlonlinePhotosBlogListsMore ![]() | Help |
|
|
November 17 La forza (bruta) del branco
Solo in gruppo odiamo senza sentirci colpevoliNelle guerre i più pacifici possono diventare spietatiTanto l'odio quanto l'amore possono essere prodotti collettivi. Ma più l'odio che l'amore. Nelle lotte politiche e religiose la nostra aggressività viene alimentata e orientata dal gruppo. Noi troviamo odioso il nemico perché, senza rendercene conto, veniamo continuamente influenzati dai discorsi degli amici, dai giornali, dalla televisione che guardiamo. E poiché non siamo in realtà noi individui a decidere, ma il gruppo che ci guida, ci sentiamo sempre dalla parte della ragione e diventiamo aggressivi senza provare senso di colpa. Nelle guerre, nei movimenti collettivi, nelle rivoluzioni le persone più pacifiche possono diventare spietate. C'e anche un amore collettivo. E’ quello che proviamo per un attore, un cantante, un calciatore, un divo televisivo adorato e osannato da milioni di persone. Questo amore dipende in parte dalla sua bravura, dal suo fascino, ma viene anche alimentato in noi dagli applausi, dagli elogi, dalla ammirazione, dalla venerazione che i mezzi di comunicazione di massa gli creano attorno. Noi ne siano influenzati, pervasi. Passiamo ora ai sentimenti che non sono rivolti a personaggi pubblici ma verso persone con cui abbiamo solo rapporti personali. Incominciamo dall' odio. Un padre francese ha inseguito per venticinque anni un medico tedesco che gli aveva ucciso la figlia e recentemente lo ha assicurato alla giustizia. Un esempio che ci colpisce proprio perché è raro. Infatti per tener vivo a lungo l'odio devi riportarlo continuamente alla memoria. E' difficile farlo da soli. Ci vuole chi lo riattiva, chi rinfocola il desiderio di vendetta. Se due nemici vanno a vivere in paesi diversi il rancore si attenua. I soldati nelle trincee, durante la tregua, fraternizzano col nemico, si scambiano le sigarette. Per evitarlo il comando ordina di aprire il fuoco. Invece l'amore individuale è molto più autonomo. L'innamoramento non viene indirizzato dalla società, anzi spesso si contrappone all'ambiente sociale, alle sue regole, ai suoi rituali. I nostri amici possono darci tutti i consigli e tutti i suggerimenti che vogliono ma senza effetto. Noi ci innamoriamo proprio di chi è diverso, di chi ci mostra una strada originale. Con lui lasciamo la vita abituale, dimentichiamo gli odi e gli amori di un tempo, vogliamo cominciare una vita nuova. L'odio individuale guarda indietro, ci trattiene nel passato, l'amore ci spinge verso il futuro. Francesco Alberoni November 05 "Povero Cristo!"
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che un crocifisso appeso sulla parete di un’aula scolastica costituisce «violazione alla libertà di religione degli alunni». Non solo. Perché, dicono i giudici di Strasburgo, minerebbe anche «la libertà dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni». Ma davvero la presenza di un crocifisso “viola” una libertà fondamentale? Davvero la sola presenza del principale simbolo cristiano in una scuola può violentare l’educazione di un bambino, può impedirgli di crescere “spiritualmente autonomo”, può mettere in difficoltà una famiglia nel trasmettergli i suoi valori e le sue convinzioni? Ecco, questo è un esempio di come non dovrebbe essere intesa la laicità. La decisione della Corte – che parte dalla denuncia di una signora finlandese, abituata forse al luteranesimo freddo e spoglio della sua terra d’origine, e disturbata dall’arredamento della classe in cui, ad Abano Terme, aveva mandato a studiare i figli – solleva dubbi, di merito e di metodo. October 27 Quando cade un mito...
Ciao a tutti, mi è capitato oggi di leggere questo articolo, che mi ha letteralmente schoccato, e ho ritenuto buona cosa divulgarlo. Non nascondo un grande dolore, perchè associazioni quali "Amnesty International" hanno sempre avuto il mio sostegno. Ciascuno tragga le conclusioni che crede, il mio vuole solo essere un aiuto ad una informazione corretta e quanto più possibile aderente alla realtà. Abortion International Di Riccardo Cascioli (Il Timone, XI, settembre-ottobre 2009, pp. 12-13)
Polonia, Messico, Perù, Nicaragua: in pochi mesi Amnesty ha lanciato una offensiva su vasta scala per rendere obbligatorio l’aborto nei Paesi che ancora hanno legislazioni pro-vita. Dati manipolati e avvenimenti falsificati gli ingredienti principali di una serie di rapporti che negano la libertà di coscienza. Dimenticatevi Amnesty International, la più nota organizzazione per la difesa dei diritti umani; quella che denunciava la repressione di ogni dissenso in Iran, l’uso indiscriminato della pena di morte in Cina e il ricorso alla tortura nelle carceri di mezzo mondo. Quell’organizzazione non esiste più. Ora c'è "Abortion International", un’associazione il cui scopo principale sembra essere diventato la promozione dell’aborto e la denuncia di tutti quei Paesi così ostinati a difendere la vita dei più deboli. Scusate, non voglio confondervi: in realtà il nome è sempre Amnesty International, ma la sua ragione sociale è profondamente mutata. Ricorderete senz’altro le polemiche di due anni fa, quando l’organizzazione affermò chiaramente di abbandonare la tradizionale “neutralità” in fatto di aborto per aderire alla lobby che considera l’interruzione della gravidanza un diritto umano. Ma la novità è che il 2009 ha visto un’offensiva di Amnesty su larga scala contro i Paesi che ancora resistono all’assedio della lobby abortista, con largo uso di manipolazione di dati e falsificazione di avvenimenti. Una prima avvisaglia si era avuta già nel 2008 con il caso “Agata” in Polonia: Amnesty denunciò il fatto di una adolescente rimasta incinta dopo essere stata violentata, la cui richiesta di aborto fu respinta da diversi ospedali e fatta oggetto di pressioni da parte di gruppi pro-life. Successivamente è però emerso che la ragazza in questione non era affatto stata violentata, ma aveva avuto un rapporto consensuale con il suo fidanzato. Inoltre, lei voleva tenere il bambino, ma sua madre – aiutata da diversi gruppi abortisti – fece forti pressioni sulla ragazza. Tanto è vero che non furono gli ospedali a rifiutare l’aborto, ma la ragazza a non presentarsi nei giorni previsti dall’appuntamento, a testimonianza della sua indecisione. Ma è negli ultimi mesi che Amnesty ha scatenato una vera e propria offensiva, concentrata su Paesi dell’America Latina, dove c'è la più altra concentrazione di legislazioni pro-vita. Un primo successo è stato ottenuto da Amnesty in Messico, dove in marzo il ministero della Sanità ha accettato di rendere obbligatori gli aborti in caso di gravidanza originata da stupro. In Messico, anche se l’aborto in caso di violenza sessuale era già depenalizzato, tuttavia veniva praticato raramente anche per il grande numero di medici obiettori di coscienza. L’obiezione di coscienza era prevista nella norma varata dal governo nel luglio 2008, ma Amnesty si è scagliata contro questa norma (notare: Amnesty contro la libertà di coscienza) con la falsa affermazione per cui i trattati internazionali firmati dal Messico richiedono che sia garantita la disponibilità del servizio all’aborto. Attacchi ripetuti culminati con una petizione internazionale – consegnata al governo a febbraio 2009 – in cui si chiede di forzare i medici a praticare l’aborto. E il ministero della Sanità alla fine ha capitolato. Dopo il Messico è toccato in ordine a Perù e Nicaragua entrare nel mirino di Amnesty. All’inizio di luglio il Perù è stato oggetto di un rapporto ad hoc intitolato “Fatal flows: barriers to maternal health in Perù” (Magagne fatali: le barriere alla salute delle madri in Perù). Un rapporto sugli alti tassi di mortalità materna, soprattutto tra gli indios e i più poveri del Paese, per reclamare politiche di salute materna che – ovviamente – devono includere l’aborto terapeutico. Ancora una volta Amnesty fa riferimento a documenti internazionali – in questo caso il Piano d’azione approvato dalla Conferenza del Cairo sulla Popolazione nel 1994 – per sostenere che gli Stati sono obbligati a provvedere l’aborto in nome della salute della donna. Ancora una volta le affermazioni di Amnesty sono palesemente false, perché nessun documento o trattato internazionale ha creato un “nuovo diritto” all’aborto. Il caso però più clamoroso è quello del Nicaragua, il cui divieto totale di aborto viene bollato come “una vergogna crudele e disumana” in un rapporto pubblicato a fine luglio e titolato “The total abortion ban in Nicaragua – women’s lives and health endangered, medical professionals criminalized” (Il bando totale dell’aborto in Nicaragua: salute e vita delle donne in pericolo, personale sanitario criminalizzato). In questo caso vengono addirittura manipolati i dati per dimostrare che dall’entrata in vigore della legge che proibisce totalmente l’aborto si è verificato un aumento della mortalità materna. La legge cui si fa riferimento è stata approvata dall’Assemblea Nazionale all’unanimità nel 2006. Il rapporto di Amnesty accusa il governo di Managua di attuare una legge “discriminatoria” che provocherà l’aumento della mortalità materna. Amnesty se la prende anche con le sanzioni penali previste dalla legge, affermando che ricattano il personale sanitario con la prospettiva della denuncia. Inoltre, afferma che il divieto di aborto in Nicaragua è discriminatorio a causa delle conseguenze negative che ha sulle donne e sulle ragazze, in quanto solo “le donne e le ragazze sono obbligate a continuare gravidanze non volute o sanitariamente pericolose pena il carcere” o “patire l’angoscia mentale e il dolore fisico di un aborto non sicuro, rischiando inoltre la loro salute e la vita”. Una delle principali affermazioni di Amnesty è che il divieto farà sì che il personale medico si asterrà dal trattare le donne in alcuni casi per paura di essere incriminato, in quanto la loro azione medica potrebbe essere considerata come un aiuto a interrompere la gravidanza. In realtà, il governo nicaraguense ha più volte chiarito che l’attuale codice sanitario sarà rispettato, anche là dove permette dei trattamenti salvavita che potrebbero causare indirettamente un aborto. E soprattutto in 3 anni non c'è stato alcun medico incriminato. Da quando ha pubblicato il rapporto, ad Amnesty è stato più volte richiesto di rendere ragione delle proprie affermazioni. Mentre le risposte non sono arrivate, un giornalista americano, Matthew Hoffman di LifeSite-News.com, ha scoperto che l’organizzazione aveva falsificato i dati “nell’evidente tentativo di coprire il fatto che la mortalità materna in realtà era diminuita nel 2007”, l’anno dopo l’entrata in vigore del divieto di aborto terapeutico. Il rapporto di Amnesty sostiene infatti che la riforma è entrata in vigore il 9 luglio del 2008. Perciò confronta l’attuale tasso di mortalità materna con quello del primo semestre del 2008, ottenendo così un aumento del 10%. Peccato però che l’aborto terapeutico fosse reato già dal 2006: e nel 2007 si è registrato un calo del tasso di mortalità del 10%, fatto che Amnesty ovviamente ignora. Ma non è l’unica manipolazione. Pur sostenendo che la riforma del codice penale non è entrata in vigore prima del 2008, Amnesty cita il caso di 12 donne morte e che si sarebbe potuto salvarle soltanto se l’aborto fosse stato permesso. Amnesty riprende il caso dal rapporto del gruppo abortista IPAS, che però è stato pubblicato prima di quella che Amnesty considera l’entrata in vigore della riforma. Inoltre il rapporto IPAS non afferma affatto che sarebbe stato possibile salvare le 12 donne con la legalizzazione dell’aborto: specula invece sul fatto che “almeno 12 (morti materne) possono essere collegate a precedenti patologie aggravate dalla gravidanza, cosa che avendo la possibilità di un aborto terapeutico, la probabilità di migliorare o guarire sarebbe stata molto più elevata”. La verità è che Amnesty non è stata in grado di fornire il nome anche di una sola donna che sarebbe morta per cause collegate alla nuova legge, né il nome di una sola persona che sia stata incriminata per procurato aborto. Nomi precisi e fatti circostanziati, a prova di verifica indipendente: questo era il punto forza della “vecchia” Amnesty International, ciò che le aveva garantito credibilità e autorevolezza. Oggi evidentemente tutto questo non serve più in nome della “battaglia per la morte” che si è deciso di intraprendere. Come ha detto qualcuno: quando l’omicidio diventa un “diritto umano”, la prima vittima è la verità. |
|
|